Chianti Classico: Vino Pregiato omaggio del Barone Ricasoli
Vino Pregiato

Chianti Classico: Vino Pregiato omaggio del Barone Ricasoli

Il Barone Bettino Ricasoli è stato la persona che ha inciso di più sulla produzione e sulla composizione del Chianti Classico moderno e la sua influenza si è propagata anche ad altri vini pregiati.

Fu il secondo presidente del consiglio subito dopo la morte di Cavour e di carattere ne aveva da vendere:

non per niente era soprannominato Barone di Ferro per le sue posizioni nette e la non concessione a compromessi e affari poco chiari.

Barone di ferro ma duttile quando e dove serve:

il suo voler creare un vino diverso lo portò a scegliere dei campi pieni di sassi che in Toscana vengono comunemente chiamati sassicaie, perché l’unica cosa che vi cresce bene è il numero di sassi presenti.

Chianti Classico ed il Barone Ricasoli

Ride bene chi ride ultimo, soprattutto quando hai creato un vino di eccellenza.

I contadini, i mezzadri dell’epoca non riuscivano a capire come con tutti i meravigliosi campi che possedeva il barone, avesse scelto di piantare le viti nel mezzo a delle pietraie che solo camminarvi era difficile.

Eccentrico era forse l’appellativo più gentile, in fondo si sa i nobili tendono a sposarsi troppo tra di loro e quindi le turbe mentali sono frequenti…

Il popolino, la massa, critica sempre gli innovatori chiunque esca anche di poco dal conosciuto, dal sentiero che si è sempre preso come guida:

in seguito si accoderà come un pecorone al nuovo corso, dimenticando il passato e riscrivendolo come gli torna meglio.

Bettino Ricasoli aveva visto giusto, le vigne erano riparate dai peggiori venti, i terreni avevano l’altezza giusta per non soffrire di gelate tardive primaverili ed il terreno…

Il terreno era perfetto per quello che voleva fare lui:

una vigna a bassa produzione di uva con alto tasso zuccherino che potesse reggere le prove di un lungo invecchiamento, come da sempre facevano i francesi con i loro grandi vini rossi pregiati.

La scelta di quel particolare terreno era dovuto alla constatazione che era quanto di più simile ai terreni francesi coltivati a vite.

 

La formula del chianti classico nasce da una lettera del Barone Ricasoli

In una lettera del 1872 a Cesare Studiati docente di chimica all’università di Pisa e con cui portava avanti il progetto di rivalutazione del vino toscano, il Barone di ferro spiega la composizione che il vino deve avere.

Il 26 Settembre 1872 il Barone Ricasoli scrive queste parole al docente universitario:

Pregiatissimo e Chiarissimo Professore,

Le sue lettere mi sono sempre grate e mi sono di molto lume soprattutto d’impulso a perseverare nelle esperienze comparative e nello studio pratico dei miei vini di Brolio, lavoro lungo e bene spesso molesto e incerto quando, percorso buona parte della scala dei miglioramenti, se ne vuol raggiungere la vetta.  […] Già fino al 1840 io avevo trattato singolarmente ogni varietà d’uva, coltivata in una importante quantità nella mia fattoria di Brolio, allo oggetto di verificare la qualità sensibile del vino da ciascuna derivato. Fu appunto al seguito di questo studio comparativo che io restrinsi le uve da coltivarsi nella Fattoria di Brolio pressoché esclusivamente alle varietà Sangioveto, Canajuolo e Malvagia […]. Mi confermai nei risultati ottenuti già nelle prime esperienze, cioè che il vino riceve dal Sangioveto la dose principale del suo profumo (a cui io miro particolarmente) e una certa vigoria di sensazione; dal Canajuolo l’amabilità che tempera la durezza del primo, senza togliergli nulla del suo profumo per esserne pur esso dotato; la Malvagia, della quale si potrebbe fare a meno nei vini destinati all’invecchiamento, tende a diluire il prodotto delle due prime uve, ne accresce il sapore e lo rende più leggero e più prontamente adoperabile all’uso della tavola quotidiana.

Pochi mesi fa questi vini avrebbero potuto servire allo scienziato con grande vantaggio anche del Pratico, che in una cognizione più intima della materia, che è oggetto al suo lavoro, avrebbe trovato quel gran compiacimento che si genera allorché uno esce dalle tenebre e passa alla luce. Oggi potrebbesi subito studiare il vino separato del Sangioveto, del Canajuolo e della Malvagia […] (Ciuffoletti 2009: 137-139).

 

Oggi la Malvasia è stata tolta dalla formula del Chianti Classico, proprio come già aveva anticipato il Barone Ricasoli oltre 100 anni fa:

la Malvagia, della quale si potrebbe fare a meno nei vini destinati all’invecchiamento

 

 

Produzione massima e contenuto zuccherino delle uve

Fino all’avvento dei Supertuscan, del Brunello ed in parte anche dei migliori Chianti Classici non vi era nessun concetto di produzione massima.

Oggi siamo scesi ben al di sotto dei 100 quintali:

prima ad ottanta, poi 70 ed ora qualcuno raccoglie solo 50 quintali di uva ad ettaro.

In questo modo il contenuto zuccherino necessario per la fermentazione e la trasformazione in alcol non è mai in dubbio e si possono creare i gran rossi di pregio che contraddistinguono la produzione Top Toscana.

Vediamone qualcuno:

Se riuscite a trovare una bottiglia che ha la gradazione sotto ai 13 gradi alcolici è certo che ha qualche anno, ormai sotto 13 non si imbottiglia più, è diventato lo standard minimo di contenuto in alcol dei grandi rossi da invecchiamento..

 

Quanta uva può fare un ettaro di vigna?

Una vigna può produrre tranquillamente sopra i 100 quintali di uva per ettaro:

in certe zone e per certi terreni/vitigni si può arrivare tranquillamente a 200 quintali, ad esempio nelle colline venete per il prosecco.

I disciplinari dei vini toscani però non scherzano, crescere tra i sassi per la vite è uno sforzo anche se produce sapori incredibili, quindi gli ordini di grandezza sono quelli detti prima:

50-70 max 80 quintali ad ettaro.

Le vigne giovani tendono a produrre più uva, ma sono meno “saporite” delle vigne vecchie:

per questa importante caratteristica per produrre le riserve vengono scelti solo i vigneti storici.

 

La resa massima per ettaro è stata la regola più difficile da far accettare ai piccoli produttori

Negli anni del dopoguerra fino al 1980 l’agricoltura era povera, in Toscana si vendevano poderi sotto al prezzo di ciò che aveva in magazzino l’azienda.

Montalcino si stava spopolando, gli uomini lavoravano per la maggior parte nelle piccole fabbriche della frazione più grande del comune, cioè Torrenieri situata lungo la via Cassia.

Convincere in questo clima, un contadino, un piccolo coltivatore diretto che stenta ad arrivare a fine mese, a buttare via metà dell’uva prodotta o anche di più non fu certo cosa facile.

 

Osenna Wine

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